Negawatt …. no, non è un nuovo robottone Giapponese, ma…..

Il miglior modo di ridurre le emissioni è prima di tutto quello di non produrne. Evitare gli sprechi si traduce direttamente nel taglio di emissioni e nel risparmio di costi. Così, invece dei “megawatt”, le aziende dovrebbero iniziare a ragionare in termini di “negawatt”, un termine coniato dal guru ambientalista Usa Amory Lovins.

Amory Lovins nella sua casa sulle montagne rocciose, con all’esterno 44 gradi sotto zero. Lovins ci coltiva le banane, eppure la casa non ha impianto di riscaldamento.

Gary Parke, direttore di Evolve Energy, società di gestione del l’energia, spiega: «In sintesi il negawatt è un megawatt di potenza evitata o risparmiata nell’utilizzo della rete. Essendo l’emissione più efficace per ottenere riduzioni di emissioni sul lungo periodo, il negawatt permette ritorni più elevati e più rapidi di ogni alternativa». I ritorni dell’efficienza energetica sono potenzialmente notevoli. McKinsey ha stimato che, con il greggio a 50 dollari al barile, un investimento di 170 miliardi di dollari in efficientamento genererebbe risparmi per oltre 900 miliardi, con un ritorno potenziale annuo del 17 per cento. La maggioranza delle aziende è comunque inconsapevole dei risparmi che possono essere effettuati con l’efficienza. La bolletta energetica ha rappresentato solo una minima parte dei costi aziendali negli ultimi decenni. Ma quando i prezzi petroliferi sono esplosi l’industria si è trovata impreparata.

Anche le società di distribuzione tendevano a dare scarsa rilevanza all’efficienza dei propri clienti in passato, dato che venivano pagati in megawatt, non in negawatt. Ma l’alto costo del carburante, la scarsità dell’offerta e l’esigenza di evitare blackout sulla rete e, in alcune regioni, le restrizioni imposte ai gas serra sono elementi che hanno portato anche i distributori a focalizzarsi sul problema. Oggi si stanno attrezzando per fornire ai propri clienti consulenza e tecnologie per ridurre le emissioni. Come anche le agenzie governative, i consulenti energetici e ambientali, le società di gestione delle infrastrutture e perfino le compagnie assicurative.

Il primo passo per le aziende è di solito la verifica dell’uso di energia, alla ricerca di eventuali sprechi e dei potenziali risparmi. I controlli possono prendere anche mezza giornata e hanno costi relativamente contenuti. A volte vengono realizzati gratuitamente dai distributori o dalle agenzie governative. Alcune delle misure raccomandate in una prima fase sono del genere che qualsiasi manager può prevedere: spegnere luci e computer quando i dipendenti escono dall’ufficio, staccare i caricabatteria se non utilizzati, abbassare il termostato o l’aria condizionata. Sono semplici cambiamenti di comportamento che non richiedono alcun investimento al di fuori del ricordare alle persone di metterli in atto.

Altre misure sembrano meno ovvie, me sempre molto economiche. Per esempio a un produttore di pneumatici in Gran Bretagna è stato consigliato di lavare le finestre, per far entrare più luce naturale e ridurre il ricorso a quella artificiale. A volte un piccolo investimento può fruttare molto. Rsa, la compagnia assicurativa inglese, indica il caso di una società cui fa consulenza che ha investito 750 sterline nella pulizia dei bocchettoni di riscaldamento e condizionamento con la previsione di risparmiare 4.200 sterline e 25.319 kg di anidride carbonica.
Ma le aziende devono anche prepararsi a fare investimenti più grandi se vogliono ottenere ritorni più elevati e di lunga durata. Un altro cliente di Rsa ha cambiato completamente il sistema di condizionamento con un investimento di 32.900 sterline, ma nell’arco di quindici mesi l’investimento si sarà del tutto ripagato in termini di riduzione della bolletta energetica. La stessa Rsa ha acquistato un nuovo condotto per il riscaldamento e il condizionamento nell’ufficio di Manchester per 15mila sterline prevedendo di risparmiare ogni anno 6mila sterline e 36.171 kg di anidride carbonica. Alex Matthias, responsabile energy management di Rsa, sostiene che «le aziende devono capire che piccole modifiche ai loro sistemi di riscaldamento e di ventilazione potranno non solo attuare notevoli risparmi ma anche avere un ruolo significativo nella riduzione delle emissioni di CO2».

Cosa frena quindi le aziende? Le ricerche di EnergyTeam, società di consulenza in campo energetico, indicano che l’ignoranza è un elemento, dato che molte aziende non sono a conoscenza dei risparmi che possono essere effettuati. Un’altra causa è la ritrosia delle imprese a effettuare investimenti in efficienza energetica se i ritorni sono previsti tra uno o due anni.
In alcuni casi è un problema di proprietà degli immobili. L’affittuario tende a non effettuare miglioramenti strutturali di cui beneficia essenzialmente il proprietario. Ma gli stessi proprietari possono essere condizionati da meccanismi perversi a non rendere più efficienti le loro proprietà: nel caso in cui la bolletta energetica è compresa nell’affitto, i proprietari ricaricano fino al 15% sulle forniture energetiche. Questi contratti li privano di qualsiasi motivazione a operare per la riduzione delle emissioni. Per le aziende bloccate da proprietari riluttanti, la miglior soluzione potrebbe essere quella di offrire la condivisione dei costi di qualsiasi investimento strutturale in cambio di una condivisione dei risparmi. In caso contrario, meglio traslocare.

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