Più volte vi abbiamo parlato dei vari aspetti dell’attacco alla rete, di cos’è il Decreto Romani, dei suoi scopi neanche tanto nascosti che andavano a colpire Sky, concorrente di Mediaset, e soprattutto il web, mettendo sullo stesso piano video in televisione e in internet; non per niente il decreto è stato ribattezzato da molti quotidiani stranieri “anti Youtube”.

Il Time, per esempio – al link trovate l’articolo facilmente traducibile con i programmi che trovate in internet – facendo esplicito riferimento alla famiglia Berlusconi ha parlato di “mediocracy”, ricordando la causa, definita esemplare di un regime mediocratico, che vede Mediaset portare in tribunale YouTube.

Per rinfrescarvi la memoria seguite invece questo link

La buone notizie sono arrivate dal fronte dei no a questo decreto, che si è allargato proprio nei giorni della discussione dello stesso in Parlamento. Il Presidente dell’Authority per le telecomunicazioni, Calabrò, già aveva espresso un parere negativo, condiviso da Sky e da tutta l’opposizione, Udc compresa, oltre che naturalmente dalla quasi totalità dei cibernauti.

Ieri in Senato e alla Camera è stato formulato un provvedimento, presentato dal Pd e firmato anche dai “fornaroli” dell’Udc, che definisce il decreto Romani “doppiamente censurabile, per l’eccesso di potere nell’esercizio della delega rilasciata dal Parlamento e per violazione dell’ordinamento comunitario soprastante”. La novità è che anche alcuni esponenti della maggioranza, soprattutto ex An, si sono espressi contro il decreto.

Bruno Murgia, deputato Pdl, ha dichiarato che il decreto è “assolutamente da rivedere”. Alcuni ex An, hanno aggiunto che “è una follia, talmente legata a interessi particolari che lascia senza parole”. Staremo a vedere se al momento della verità si comporteranno coerentemente con le loro opinioni o, come succede troppo spesso ultimamente, si sottometteranno agli input del governo.

Romani da parte sua, in perfetta linea con l’ esecutivo, alle critiche ha risposto che Calabrò “avrebbe dovuto agire in quello spirito collaborativo e costruttivo, nel rispetto delle rispettive competenze all’insegna del quale si erano attenuti i comportamenti del Governo rispetto all’Autorità, alla sua indipendenza e alla sua competenza”. Come se fosse Calabrò a dover andare a bussare a Palazzo, e non il contrario.

Dicevamo, ieri il provvedimento è stato approvato con delle modifiche, riguardanti web e spot. Cambiamenti che sembrano ancora troppo leggeri, un lifting poco sostanzioso, secondo i più; l’iter prevede ora che il governo tenga conto delle ulteriori trenta modifiche proposte prima di riportare in Consiglio dei Ministri.

Nel frattempo, Alessio Butti, relatore del Pdl, spiega così le importanti novità nel decreto di ieri:

Si stabilisce senza equivoco che i blog di video amatoriali, i giornali on line, i motori di ricerca, le versioni elettroniche delle riviste non sono disciplinati dalla nuova normativa, sono liberi. Dunque, come avevamo detto fin dall’inizio, nessuna censura alla rete. Al punto tre ho anche ulteriormente precisato che la responsabilità editoriale incombe su terzi e non sui provider che ‘ospitano’ e trasmettono contenuti realizzati da altri

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