Siamo come barche a vela che navigano nel mare delle informazioni, ognuna ha il diritto di scegliersi la propria rotta

Dei “problemi” che ben presto avremo con la rete internet, ci sono stati vari post su questo blog, potete partire da qui

La novità? La proposta di mobilitazione che avete appena visto in video ….

Il Decreto Romani è un abominio legislativo che non ha eguali nel globo terracqueo delle società civili. Con un abile contorsionismo degno di un prestigiatore circense, l’Italia prova a recepire la direttiva europea AVMSD, AudioVideo Media Services Directive, cammuffandola ai limiti del riconoscibile per piegarla agli interessi degli editori televisivi. Un decreto adpersonam privo dei requisiti di urgenza che insulta il legislatore europeo, così come offende il buon senso e l’intelligenza degli italiani, cui vuole rendere difficile l’esercizio delle nuove libertà digitali che sono patrimonio riconosciuto, diffuso ed ampiamente esercitato ovunque, nel mondo, tranne che nella repubblica televisiva italiana, fondata sulla pubblicità e sulla manipolazione dell’opinione pubblica.

Sono ben otto i tentativi maldestri di rendere difficile la vita ai navigatori italiani, otto in meno di due anni. Il Decreto Romani, se possibile, è il peggiore di tutti. Nelle vene di Romani scorrono frequenze e palinsesti, il suo alfabeto è composto da ripetitori e spettacolini di infimo ordine. A metà anni 70, insieme a Marco Taradash fonda Tele Livorno. Subito dopo è la volta di Videolina, con Nichi Grauso. Negli anni ’80 da vita a ReteA con Alberto Peruzzo e a Telelombardia insieme a Salvatore Ligresti. Poi si mette in proprio con Lombardia7, che lo consacra alla memoria dei primi tele-debosciati come l’ideatore di programmi di alto tenore culturale, quali Colpo Grosso con Umberto Smaila, uno spattacolino serale che sdogana le tette a domicilio, e Vizi Privati, che consacra Maurizia Paradiso a icona cult nell’immaginario degli erotomani sessuo-dipendenti con il pallino dei trans. Prima ancora che a Berlusconi, la televisione trash la dobbiamo a lui.

E’ questa la gente che vuole ridurre la rete a una parodia della televisione, imponendo autorizzazioni ministeriali a chiunque voglia caricare un video su YouTube, compresi i filmini delle vacanze. Una lettura palesemente distorsiva della direttiva europea, la quale esplicitamente esclude che i siti web personali e le piattaforme di videosharing siano oggetto di autorizzazione alcuna, con tutta la burocrazia e le inevitabili spese che conseguono dall’equiparazione di blogger e portali come YouTube alla grande editoria televisiva.

Con la stessa logica ipocrita e unica tra le società liberali, quelle fondate sui diritti individuali, Romani vuole imporre l’educazione di stato alle famiglie. I genitori dei minorenni che dovessero avventurarsi in un sito porno, l’equivalente odierno delle trasmissioni oscene e incentrate sulla mercificazione del corpo femminile che Romani stesso non si faceva scrupolo di dispensare generosamente a tutta la famiglia nel corso degli anni ’80, riceveranno un sms immediato con un testo che potrebbe suonare così: “Attenzione: tuo figlio si sta masturbando”, dopodiché la connessione verrà immediatamente interrotta. Se a masturbarsi sarà per sbaglio il papà, con il computer del figlio, la moglie ne sarà avvisata all’istante. Romani, che non capisce niente di rete, parla di “interruzione delle trasmissioni“.

Perfino Corrado Calabrò, Presidente dell’AGCOM, è rimasto interdetto dall’orientamento normativo retrogrado e oscurantista del Popolo delle Libertà, il quale delinea con estrema chiarezza quali siano le libertà da tutelare: quelle della televisione, attorno a cui gravitano gli interessi economici e politici della Presidenza del Consiglio.

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