La situazione sta rapidamente precipitando, siamo ad un passo dal bavaglio alla cinese

Della rete imbrigliata  ne parleremo a Firenze, l’11 marzo, presso il circolo Arci di via S. Bartolo a Cintoia, 95 dalle ore 20,45 in poi.

Byoblu.Com, Qui Milano Libera, Popolo viola di Firenze, Firenze5stelle – BeppeGrillo.it e Paolo Papillo promuovono

il secondo convegno del ciclo “Libero Web in Libero Stato”

Tra i relatori Guido Scorza, Claudio Messora, Luca Neri, il senatore Vincenzo Vita e molti altri, moderati da Piero Ricca.

Se non siete al corrente della situazione i precedenti li potete trovare qui

Non è un paese per Internet. Questo s’era capito. Mettete insieme una classe politica interessata a mantenere i suoi privilegi, economici ed affaristici, e un corpus normativo obsoleto e palesemente inadeguato ad arbitrare un tessuto sociale avanti anni luce: questa è l’italia di oggi.

La sentenza di ieri, che condanna tre manager Google al carcere per via di un video caricato, da altri, su Youtube, fa il giro del mondo e anima la blogosfera e le diplomazie. L’ambasciatore americano si accorge finalmente di come siamo messi male e ci manda a dire che così non va. Google trasecola, credeva di avere questi problemi solo a Pechino, e ci manda a dire che così non va.

24 febbraio 2010 – ore 11.39

Una grave minaccia per il web – Scritto da: Matt Sucherman, VP and Deputy General Counsel – Europe, Middle East and Africa

A fine 2006, alcuni studenti di una scuola di Torino si sono filmati mentre maltrattavano un compagno di classe affetto da autismo e hanno caricato il video su Google Video. Vista la natura assolutamente riprovevole del video, è stato rimosso a distanza di poche ore dalla notifica della Polizia. Abbiamo inoltre collaborato con la polizia locale per l’identificazione della persona che lo ha caricato, che è stata poi condannata dal Tribunale di Torino a 10 mesi di lavoro al servizio della comunità, e con lei diversi altri compagni di classe coinvolti. In casi come questo, rari ma gravi, è qui che il nostro coinvolgimento dovrebbe finire.

In questo caso, tuttavia, la Procura di Milano ha deciso di incriminare quattro dipendenti di Google – David Drummond, Arvind Desikan, Peter Fleischer and George Reyes (che ha lasciato l’azienda nel 2008) – con accuse di diffamazione e mancato rispetto del codice italiano della privacy. Per essere chiari, nessuno dei quattro Googlers incriminati ha avuto niente a che fare con questo video. Non vi erano rappresentati, non lo hanno ripreso, caricato o rivisto. Nessuno di loro conosceva le persone coinvolte e non hanno saputo dell’esistenza di questo video fino a quando non è stato rimosso.

Nonostante questo, oggi un giudice del Tribunale di Milano ha condannato tre dei nostri quattro colleghi – David Drummond, Peter Fleischer e George Reyes – per mancato rispetto del codice Italiano della privacy. Tutti e 4 sono stati dichiarati non colpevoli delle accuse di diffamazione. In sostanza questa decisione significa che i dipendenti di piattaforme di hosting come Google Video sono penalmente responsabili per i contenuti caricati dagli utenti. Faremo appello contro questa decisione che riteniamo a dir poco sorprendente dal momento che i nostri colleghi non hanno niente a che fare con il video in questione. Riteniamo, anzi, che durante l’intero processo abbiano dato prova di grande coraggio e dignità; il semplice fatto che siano stati sottoposti ad un processo è eccessivo.

C’è un’altra importante ragione, però, per la quale siamo profondamente turbati da questa decisione: ci troviamo di fronte ad un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet. La Legge Europea è stata definita appositamente per mettere gli hosting providers al riparo dalla responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza. La motivazione, che condividiamo, è che questo meccanismo di “segnalazione e rimozione” avrebbe contribuito a far fiorire la creatività e la libertà di espressione in rete proteggendo al contempo la privacy di ognuno. Se questo principio viene meno e siti come Blogger o YouTube sono ritenuti responsabili di un attento controllo di ogni singolo contenuto caricato sulle loro piattaforme – ogni singolo testo, foto, file o video – il Web come lo conosciamo cesserà di esistere, e molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologici ad esso connessi potrebbero sparire.

Si tratta di questioni di principio importanti, ed è per questa ragione che continueremo a sostenere i nostri colleghi in tutto il percorso dell’appello.

ll New York Times ha perso ogni remora ad infilare sistematicamente le parole Italia e Cina nel corpo degli stessi articoli, perché è evidente che così non va.

Togliamo i fondi alla banda larga – unico, il nostro, tra i paesi europei – proprio mentre l’Europa la dichiara un diritto legale; facciamo causa a YouTube per centinaia di milioni di euro perché vi si possono trovare spezzoni di televisione spazzatura che sono già andati in onda, privi dunque di qualunque valore economico; cerchiamo di vessare l’informazione libera in ogni modo, grazie ai disegni di legge di fini legislatori quali la Carlucci, D’Alia, Barbareschi e tanti altri esperti di rete, guidati da un presidente che sa raccontare barzellette ma non sa fare una ricerca su Google – il che oggi, effettivamente, equivale ad una barzelletta; cerchiamo di equiparare i videoblogger e chi carica i filmini delle vacanze a un editore televisivo del calibro di Mediaset e Rai, con tutti gli obblighi e la burocrazie che ne conseguono. C’è di che sprofondare e nascondere la testa sotto al mausoleo di Arcore per i giorni a venire.

La vittima, il grande agnello sacrificale che non servirà tuttavia a redimere nessuno, si chiama Net Neutrality: il principio invalso nel legislatore europeo secondo il quale il patrimonio di connessioni e dispositivi che chiamiamo Rete è un mezzo, uno strumento che mette in collegamento le persone e non può essere piegato a interessi particolaristici, deve essere a disposizione di tutti in egual misura e, soprattutto, non può essere messo sotto accusa. Non serve una misura normativa per Internet, non più di quanto serva per la telefonia tradizionale, per una coppia di walkie-talkie, per il tam tam o per un sistema ingegnoso di segnali di fumo. La responsabilità di un mezzo è tutta in chi lo usa, viceversa colpevolizzare lo strumento significa impedirgli di essere utile ad altre persone che ne fanno un uso positivo.

I social network sono strumenti, non soggetti giuridici. Dobbiamo incentivare la cultura della rete, insegnare agli italiani ad essere cittadini digitali, pienamente consapevoli del mezzo, delle sue potenzialità e degli strumenti di controllo che offre, in maniera autonoma e indipendente. Non serve un sms di stato che avverta tua moglie quando visiti un sito a luci rosse: basta avviare un software incluso nelle più recenti versioni dei più noti sistemi operativi, e il pericolo educativo sarà in massima parte scongiurato. Casomai, saranno papà e mamma a vedersela con i loro ragazzacci, non Romani.

Fonte

Fate il possibile per non mancare l’ 11 Marzo a Firenze, ma sopprattutto cerchiamo nel frattempo di non far trovare scuse ai nostri “legislatori”, non vi fate irretire dai provocatori,  i Troll , che ultimamente su Facebook stanno dando del loro meglio nel mostrare la “stupidità” .

Se proprio non riuscite a resistere al disgusto  allora usate il bottone  ”segnala“, non vi iscrivete ai gruppi “getta dal ponte …” oppure “ammazza quell’altro …”  fareste solo il gioco dei “troll di regime”.

firenze5stelle@gmail.com

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