Vertenza aperta a Firenze per impedire che il tempo senza qualità prevalga sulla memoria e sul futuro, e l’opulenza dei consumi sui diritti del lavoro. La Repubblica, 29 aprile 2010


Accapigliarsi a Firenze, è una onesta tradizione. Anche il Primo maggio è una mirabile tradizione. Di accapigliarsi, e proprio a Firenze, per il Primo maggio, non si sentiva il bisogno. Ne scrivo – la disputa avviene anche in altre città, e la posta riguarda tutti – rallegrandomi di stare dalla parte dell´attaccamento al passato. Centovent´anni più o meno, non è un passato vetusto, in un Paese di antichità come il nostro, ma è quello comune al resto del mondo, e di cui andare fieri. È il giorno in cui non si lavora per far festa alle otto ore e alla dignità del lavoro. Dopo che sono crollati gli argini delle feste comandate, sabati e domeniche comprese, a servizio dei quali è stato rifatto l´uomo e anche la donna, una legge toscana ha stabilito che quattro feste siano inderogabili, salvi i servizi necessari alla sicurezza pubblica e alla tutela dei cittadini: il 25 e il 26 dicembre, Capodanno, e il Primo maggio.
L´intenzione sottintesa è di preservare qualche cerchietto rosso nel calendario, rosso di Natale o di scioperi: neanche le dita di una mano. L´intenzione ragionata è di consentire ai membri di una comunità, dalla famiglia in su, di avere almeno in quei giorni di gala un riposo e una festa comune. La legge prevede bensì deroghe “concertate” quando ci siano necessità speciali o eventi straordinari. Si capisce che a Torino durante l´esposizione della Sindone la deroga sia venuta in modo concertato.

A Firenze il sindaco Renzi aveva tempestivamente provveduto con un´ordinanza dello scorso dicembre ad annunciare la chiusura dei negozi per il Primo maggio. Alla cui vigilia però, cedendo alle pressioni della Confesercenti, ha annunciato di voler autorizzare l´apertura. Ciò che è avvenuto ieri d´autorità, come a Milano e in parecchie altre città. La motivazione offerta è la crisi economica: poco persuasiva, non perché la crisi non ci sia, ma perché c´era già a dicembre, e non le gioverebbe molto un giorno in più di apertura. A Firenze venerdì 30 è anche in programma la notte bianca, e si è sostenuto che i reduci dalla moltitudine attesa per la notte avrebbero popolato la città anche il giorno dopo: una sindacalista ha commentato che gli avventori del giorno dopo avrebbero trovato bar chioschi e ristoranti aperti, ma avrebbero potuto fare a meno di comprarsi il golfino. L´effetto paradossale sarebbe di far lavorare le persone nel commercio, alcune decine di migliaia, la notte “bianca” e la giornata dopo, festa del lavoro. Che la notte bianca sia un pretesto è provato dalla quantità di altre città, in Toscana e fuori, in cui si vuole aprire il Primo maggio.
La discussione ha affrontato un tema interessante come la riduzione della convivenza e della “modernità” al consumismo, cui il Primo maggio festivo si opporrebbe come un´anticaglia. Dopo i sindacati, anche tutte le associazioni di consumatori hanno indetto lo sciopero degli acquisti, avvertendo che il Primo maggio è la festa del lavoro e non del consumo. L´economicismo dei fautori dell´apertura, sia detto con tutto il rispetto che i soldi pretendono, ha ispirato qua e là un´inavvertita premura da borseggiatori: «Il punto è – così il responsabile di Confesercenti a Milano – che si tratta di un sabato d´inizio mese, la gente ha lo stipendio in tasca e può spendere». Il punto, si obietta peraltro, è che molta gente ha le tasche vuote e i famosi outlet sono sempre di più luoghi domenicali in cui si va con la famiglia a guardare quanto costano le cose e mangiare un gelato. Il presidente di Unicoop toscana, Turiddo Campaini, cui si accredita o si addebita una personale sobrietà vicina all´ascetismo, ha escluso di aprire i suoi mercati, e va facendo discorsi interessanti – e non di beneficenza – sulla crescente inadeguatezza del gigantismo degli ipermercati. Ma tutto questo è secondario. Devono esserci giorni in cui i soldi sono secondari, in cui il tempo non sia denaro. Feste di liberazione. Giorni – pochissimi, abbiamo visto – in cui si sospenda d´essere uomini d´affari, e si sia semplicemente uomini, e donne e bambini. Chi lavora in un esercizio commerciale, grande o piccolo, assunto o precario, con orari che fanno sorridere o piangere, come preferite, al ricordo della conquista eroica delle otto ore, non è affatto “libero” di accettare o no la richiesta del suo datore di lavoro. Non c´è parità fra padrone e dipendente, né ci si può appellare al padrone buono e comprensivo. I commessi che abbiano prenotato il weekend con famiglia da qualche parte, o abbiano deciso di partecipare a qualche manifestazione del primo maggio, o di starsene in casa in poltrona, metteranno a repentaglio il proprio posto o anche solo la propria serenità per dire: «Preferirei di no, grazie». Piuttosto che chinare la testa e ascoltare in cuffia il concerto di Piazza San Giovanni mentre infilano l´ennesima scarpa col tacco alto a una signora di Parigi o a un signore di Milano. I sindacati che hanno proclamato lo sciopero – bel paradosso, scioperare il Primo maggio, la storia a ritroso – non si propongono tanto la bellezza della lotta quanto una minima misura di tutela dei lavoratori dalle ritorsioni. A Firenze la disputa oppone il Comune ai sindacati e probabilmente anche alla Regione, che si propone di rivedere la licenziosità di aperture domenicali e festive: disputa in famiglia, per così dire. Come nella tradizione. Costarono care, le dispute in famiglia. Mi dispiace che il Comune di Matteo Renzi, giustamente fiero di aver restituito a fiorentini e viaggiatori lo spazio sociale del Duomo, la piazza bella piazza, figuri questa volta come liquidatore del tempo liberato del Primo maggio, e di una bella memoria. «In Comune lo sanno che noi lavoriamo già tutte le domeniche?», si è domandata una commessa del centro. Invece, un negoziante: «Ma in che mondo vivono i sindacati?». Ecco, a me è ora sembrato un gran complimento. In un altro mondo.

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